Il libro, oggetto dall’evidente complessità, non assolve soltanto le funzioni per cui viene principalmente realizzato: al giorno d’oggi gioca ruoli differenti che possono generare nuovi e profondi legami con i lettori.

Il gusto per il passato: la rilegatura del libro

La tendenza vintage nel campo editoriale sembra aver condizionato, nell’ultimo decennio, non solo le copertine dei libri ma gli stessi romanzi: non mancano esempi di narrativa contemporanea che presentano, nel titolo e nella trama, la figura del rilegatore o della rilegatrice.

L’interesse per l’antica arte della rilegatura riflette un notevole gusto e una certa nostalgia per il passato: i cultori dell’oggetto-libro, in questa atmosfera sempre più tecnologica, hanno le loro ragioni per voltarsi indietro; è interessante leggere la testimonianza a tal proposito di Bridget Collins, attrice e scrittrice americana, autrice del bestseller Il rilegatore, che in un’intervista ha dichiarato:

<<Mi sono letteralmente innamorata di questa arte, dei materiali – carta colorata, pelli, tessuti, ori – e degli strumenti che la rendono una pratica tattile e coinvolgente. Non solo, dato che le diverse parti del processo sono rimaste le stesse di secoli fa, è stato più facile sentirmi vicina ai rilegatori di un tempo. Amo pensare ai diversi modi in cui un libro, in quanto oggetto, può interagire e accrescere le potenzialità del contesto in cui viene prodotto. Realizzarne uno, dal testo alla copertina, ha un che di magico!>>

Le parole di Collins sono degne di interesse non tanto per la condivisibile passione per i libri che ne trapela, ma perché confermano l’evoluzione del rapporto Soggetto-libro nei secoli e la progressiva distanza che si è venuta a creare tra essi: la produzione materiale avvicina l’artigiano al suo prodotto, e anche la semplice conoscenza (capire come si fa qualcosa) agisce in tal senso.

Oggi si conoscono sempre meno gli oggetti di cui si è costantemente circondati: nell’illusione di possederli, sono i soggetti che vi interagiscono, in realtà, a dipenderne totalmente. A maggior ragione se si considera che il libro, oggetto raro in passato, adesso è parte della quotidianità: questo processo di normalizzazione rischia di far dimenticare la preziosità originaria.

Riscoprire la produzione artigianale è quindi un’opportunità che offre maggiore consapevolezza dell’oggetto-libro e consente una maggiore intimità con esso. Far parte del processo di creazione di un libro (ma questo discorso si potrebbe estendere a molti altri oggetti) lo rende speciale: la creazione richiede al Soggetto competenze e attrezzatura, e ha bisogno che qualcuno, un Aiutante, gli mostri come fare attraverso la partecipazione condivisa delle sue conoscenze.

Il Soggetto creatore può allora realizzare con le proprie mani l’oggetto-libro, come si usava fare in passato: il valore affettivo di questo processo investirà pienamente il risultato, qualsiasi esso sia e prescindere dal contenuto testuale, che sarà un valore aggiunto.

Appuntamento al buio: quando il libro “trova” il lettore

Per fare uso del libro è necessario trovare quello adatto: impresa che spesso risulta difficile al lettore.

Il libro a volte sembra essere un oggetto magico dotato di volontà propria, il Libro Giusto appunto, che troverà la strada o il modo di arrivare (in questo caso) al Lettore Giusto corrispondente. In questa situazione, lo schema narrativo si fa interessante perché ricorda davvero un appuntamento al buio: quando il libro è incartato senza alcun indizio, oppure quando puoi sceglierlo a partire da poche indicazioni che vengono fornite sulla carta da pacchi che lo avvolge.

Nella foto per esempio vediamo i libri, esposti sugli scaffali, avvolti in carta da pacchi, come se fossero appena giunti via posta; generalmente l’involucro fornisce – scritte col pennarello nero, a caratteri maiuscoli – informazioni essenziali, oppure consigli dei librai, che oltre la trama riguardano i motivi per cui potrebbero suscitare interesse nell’avventore. L’oggetto di valore è quindi celato agli occhi dell’acquirente-lettore, gli indizi che lo accompagnano sono vaghi.

Il parallelismo di questa curiosa strategia di vendita con un appuntamento al buio consente di dire che avvenga una specie di antropomorfizzazione dell’oggetto – che come sappiamo non è insolita nel caso del libro – che in questo modo diventa chiaramente quello che il destino ti ha fatto incontrare.

Il lettore-acquirente accetta il rischio?

Quando il soggetto-lettore sceglie il libro “al buio”, assume che possa piacergli senza averne la certezza, fidandosi dei consigli di persone esperte ma sconosciute, pur avendo a disposizione molti elementi per poter rischiare.

In questo caso l’appuntamento al buio rimuove quelli che, nella scelta, sono considerati ostacoli: di tipo cognitivo, dovuti a conoscenze precedenti del Soggetto (es. pregiudizi) e di tipo estetico (es. la copertina, che potrebbe non assecondare i gusti del Soggetto-lettore). Il lettore è dunque consapevole dei suoi “limiti”, e mascherando l’oggetto di valore egli fa in modo che questi vengano inibiti.

La ricerca della competenza per svolgere il programma narrativo “scelta del libro” corrisponde in questo caso a una necessaria e volontaria inibizione di conoscenze pregresse: il Soggetto persegue un non voler sapere, che si concretizza in un poter non scegliere. In tal modo egli offre al libro la possibilità di farsi avanti senza rivelarsi subito: la componente casuale – come si sente il lettore in quel momento, cosa ha bisogno di leggere senza sapere di averne bisogno – contribuisce a che la scelta si verifichi.

Il libro-aiutante: la Piccola farmacia letteraria e la biblioterapia

Tra le molteplici funzioni del libro c’è anche quella del libro-aiutante, oppure mezzo magico, che permette al Soggetto di realizzare il proprio programma narrativo. La familiarità del libro all’interno della quotidianità potrebbe essere stata influenzata, in origine, dal suo supporto scrittorio, che era realizzato in papiro, una pianta utilizzata per tantissimi scopi: presentava, tra le tante, anche notevoli proprietà terapeutiche. Non è così strano allora pensare che la natura magica attribuita ad alcuni rotoli di papiro non dipendesse soltanto dalla misteriosa (per i più) arte della scrittura che vi veniva praticata, dal momento che lo stesso papiro era, nell’immaginario, una pianta versatile e, per l’appunto, anche curativa. Richard de Bury, collezionista di libri autore del Philobiblon, confessando la sua debolezza per i libri scriveva:

<<Non potevo resistere e, nei ritagli di tempo mi perdevo tra quelle povere carte con un piacere ancora più grande di un raffinato speziale che si aggiri tra gli aromi della sua farmacia>>.

La similitudine – oltre a mostrare quanto sia remota questa concezione del libro-medicina – è perfettamente calzante per introdurre due pratiche (una di consumo, l’altra di ambito medico) in cui, appunto, i libri si trovano a rivestire il ruolo di aiutanti: si tratta di aiutanti particolari, aiutanti in grado di curare l’animo del Soggetto che vi si rivolge.

Il primo caso è l’interessantissima Piccola farmacia letteraria, libreria fiorentina dove gli avventori lettori possono recarsi per scegliere un libro che possa aiutarli nella risoluzione di un particolare stato patemico disforico, ossia di un malessere emotivo: ogni libro è dotato di un bugiardino, proprio come un medicinale, con una precisa funzione curativa. Colui o colei che entra nello spazio-libreria desidera realizzare il programma narrativo d’uso comprare una medicina, incluso nel programma narrativo principale stare meglio; a realizzare quest’ultimo, centrale passaggio, ci penserà il libro attraverso la lettura.

Oltre a ricordare il bugiardino medico, il foglietto illustrativo del libro ricorda il cartellino pendente dai rotoli di papiro; questa idea concilia quindi due attributi propri della natura dell’oggetto-libro, l’uno di ordine estetico (il cartellino), l’altro di ordine intrinseco (il potere curativo).

Il secondo caso è la biblioterapia o libroterapia, definita come  “il contributo che la lettura di libri può portare alla soluzione di difficoltà o sofferenze psicofisiche”.

La biblioterapia è molto praticata con i bambini, perché si ritiene che esista un legame tra salute e narrazione. È molto interessante notare come il libro possa diventare un aiutante attraverso due usi differenti che coinvolgono più utenti: nel caso precedente, la lettura individuale dovrebbe permettere al Soggetto di realizzare il programma narrativo stare meglio; lo stesso programma narrativo invece vede protagonista un Soggetto (il bambino) che non fa uso diretto dell’oggetto-magico, perché non ha le competenze per farlo, ma c’è un altro Soggetto/Aiutante che lo usa, cioè legge ad alta voce per lui. Attraverso il libro, tra i due Soggetti, si crea o si rafforza un legame di tipo affettivo; dal momento che poi a leggere per il bambino è una persona cara, il bambino estenderà i valori di protezione anche all’oggetto-libro, alla storia che esso contiene.

Il libro, in quanto “contenitore di fiabe, conduce in un mondo altro in cui è possibile identificarsi: così l’eroe diventa una proiezione fantastica del bambino, e l’esperienza che manca a quest’ultimo per affrontare i problemi viene acquisita attraverso una vita che potremmo definire parallela”; e nel riflettersi, è in grado di metabolizzare l’accaduto.

L’oggetto-libro sembra dunque in grado di conferire ordine, non solo nel mondo – come voleva la concezione medievale, ma ormai nella vita stessa dell’individuo.

 

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